|
Dona Graciella Dona Graciella è la prima ad arrivare pedalando con le mani sulla sua carrozzella,si mette al solito angolo all’ombra e comincia a ricamare. Mi saluta con un grande sorriso che per nascondere la sua tristezza endemica e mi chiede se ho dormito bene. Verso le undici mi fermo a conversare un po’ con lei e con le altre come lei che sono arrivate più tardi. Si ferma anche dona Dina, ritta sulla sua sola gamba perché l’altra l’ha se l’è presa una mina, sostenuta da due stampelle di ferro e con in testa una voluminosa borsa. Chiedo come stanno, anche se mi sembra un po’ fuori luogo, la risposta è quasi sempre la stessa: Estou bem, ten fome, sto bene, ho fame. Più o meno lo stesso mi dicono i muratori che stanno costruendo il nuovo laboratorio della piccola scuola di falegnameria della nostra Associazione, non è facile lavorare quando lo stomaco è vuoto da troppo tempo e la dieta consiste in un piatto di polenta bianca con fagioli lessi, quando ci sono. Con Manito abbiamo istituito una specie di mensa di cantiere, anche se funzionerà solo per il tempo di questo lavoro. Poi, per qualcuno, sarà spesso la cerveja (birra) a prevalere, perché, se non ad altro, aiuta a dormire. Grande più di due volte e mezza l’Italia con meno di venti milioni di abitanti, il Mozambico, come del resto tutta l’Africa, soffre per la fame. Falcidiati dalle malattie, le più micidiali importate dall’Europa attraverso i cosiddetti esploratori e contro le quali i nativi non disponevano anticorpi, rapinati dei propri figli e delle proprie figlie per il commercio degli schiavi verso le Americhe, soggiogati da un colonialismo che ha espresso tutta la sua ferocia fino alla caduta del regime portoghese del fascista Salazar, dilaniati da una guerra civile crudele e senza fine istigata dai vecchi padroni, oggi i mozambicani si aspettano di vivere quaranta anni, o poco di più. Il reddito? Ho visto con i miei occhi pagare una giornata di lavoro con venti Meticai, vale a dire cinquanta centesimi di Euro e mi sono ricordato che l’Unione Europea protegge il reddito dei suoi contadini regalandogli due euro e mezzo al giorno per ogni mucca. Una mucca italiana ogni giorno guadagna il quattrocento per cento di più di una giornata di lavoro di un mozambicano. Uno dei due ragazzi della scuola di falegnameria che con l’aiuto della nostra Associazione si è messo a lavorare in proprio si è ammalato. Forse è malaria, di nuovo malaria, forse precedentemente mal curata. Ha ventinove anni, una bambina di sette, due sorelle più giovani, la moglie se ne è andata da qualche anno. Soffre, soprattutto perché in questo periodo non riesce a lavorare. Lo guardo negli occhi, lucidi e tristi, e non riesco ad accettare che fra undici anni potrebbe non esserci più. Vorrebbe venire in Europa. A fare che? Gli domando. Magari potrebbe venire a fare l’esploratore, terrorizzare un po’ di indigeni lombardi con una dozzina di moschetti e impiantare una grande fattoria dove far lavorare un centinaio di schiavi piemontesi. Quelli veneti può venderli agli USA. Potrebbe anche far venire qualche missionario animista e convertire i pagani del nord. Magari. Ma è più facile che gli tocchi di vivere come clandestino raccogliendo pomodori sotto il sole o lavorando, sempre in nero, in un cantiere per poi finire in un lager pomposamente chiamato “Centro di permanenza temporanea” e infine essere rispedito al suo Paese. Il medico gli ha prescritto le medicine e ha anche detto che deve mangiare. Mondlane ha fame. Ha fame di pane, ma anche di dignità.
Quelimane, 6 giugno 2008 – ore 04 am bmg | ![]() |