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Padre nostro… non rimetterci i nostri debitiPerché noi non li rimettiamo ai nostri debitori. Prima li abbiamo costretti ad indebitarsi con noi e ora li costringiamo ad una vita di stenti a causa dei nostri interessi. Da pochi giorni sono tornato dall’Africa, il Paese è sempre quello, ma non importa quale, importa di più che tutta l’Africa è soggiogata dal debito che il nostro civilissimo e cristianissimo Occidente gli ha imposto. Così come tenta di imporre modelli di sviluppo che anche i nostri economisti più conservatori ritengono fallimentari. Il debito dei Paesi poveri è un insulto alla loro dignità, ma è anche un nostro peccato gravissimo perché abbiamo indotto quei Paesi a contrarlo promettendo ciò che non potevamo e non volevamo si avverasse. Il nostro tenore di vita, infatti, dipende dalla loro povertà. Le risorse del Pianeta sono limitate, se noi pretendiamo di mantenere il nostro stile di vita, dobbiamo imporre fame e miseria a quattro quinti della popolazione mondiale. Nel duemila abbiamo gridato ai quattro venti la nostra volontà di cambiare le cose, come chiese cristiane abbiamo in diversi modi annunciato “l’anno del Signore”, il grande Giubileo, la remissione dei debiti. Abbiamo scritto valanghe di parole… vane. Quasi in “Status confessionis”. Ma abbiamo solo giocato. Poi ci abbiamo ripensato, perché si diceva che non eravamo pronti, e abbiamo inventato il “Processus confessionis” che ci ha permesso di continuare a vivere nel nostro illusorio benessere. Benessere significa stare bene, ma il Tamigi rivela tracce di Prozak, un famoso antidepressivo, e il Po è pieno di eroina. Ciò significa che siamo dei fessi: stiamo male a causa del nostro presunto benessere e per difenderlo facciamo morire di fame quattro quinti della popolazione mondiale. Il nostro compianto Pastore Tullio Vinay, all’incirca trent’anni fa, scriveva: “Padre nostro, riduci il nostro pane quotidiano perché tutti possano mangiarne”. Ora è tempo di dire “Non rimetterci i nostri debiti”, sospendi la tua Grazia perché è fuori misura ed è ipocrita la nostra pretesa di “Sola Grazia” che suona come insulto e maledizione di fronte alla disperazione che personalmente ho visto e vissuto. Che cosa possiamo fare, chiederanno molti di voi che mi leggete, due cose: una politica, cioè fare delle scelte politiche solidali, di giustizia e non egoistiche; l’altra di responsabilità personale limitando i nostri bisogni, spesso indotti dalla pubblicità, e aprendo i nostri portafogli con generosità e senza senso di sacrificio, perché Dio ama un donatore allegro, come spesso leggiamo sulle bustine anonime dove molti mettono le briciole della loro mensa. Mi hanno sempre fatto impressione i culti dove solo il pastore recita il “Padre nostro”, quasi fosse un “plurale maistatis”. Forse sarebbe il Kairos, il “tempo propizio” perché anche il Pastore se ne astenesse.
Past. Bruno Giaccone
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